Agli amici motociclisti abruzzesi

Le immagini del terremoto in Abruzzo ci hanno mostrato morti, desolazione, rovine, che non ci possono lasciare indifferenti. La moto è cosa da poco, ma unisce nel nome di una comune passione 

 

Alla fine del 1992 sulla provincia fiorentina piovve per molti giorni e il torrente Mugnone straripò con effetti devastanti sulla periferia del capoluogo toscano. Allora lavoravo a Motosprint e in redazione ricevetti una telefonata da una ragazza di Firenze, una telefonata che non ho mai dimenticato.  Era un’appassionata di moto e piangeva. Aveva una Yamaha XT 350, la teneva nel garage di casa, ma quella notte la furia dell’acqua si era scatenata. “Ha distrutto il garage – mi disse – e mi ha portato via la moto; l’ha sepolta sotto un mare di fango dopo averla demolita sbattendola contro muri e alberi”. Che cosa potevo fare io per lei? “Volevo solo sfogarmi con qualcuno che potesse capirmi” – rispose lei a questa mia muta domanda.

Potevo capire. Da appassionato di moto e anche perché nel 1966 ero stato fra quelli che avevano dato una mano, facendo la catena umana coi secchi, a vuotare le cantine di Firenze invase dall’acqua dell’Arno.

Ho visto in televisione le immagini del terremoto in Abruzzo e immediatamente mi è tornata in mente quella telefonata. Chissà quanto motociclisti a L’Aquila e nei paesi vicini, completamente distrutti dal sisma, hanno perso parenti, amici, la casa e anche la moto.

Che cosa possiamo fare noi per loro? Essergli innanzitutto vicini con la nostra sincera amicizia, poi pensare ad iniziative che possano in qualche modo essere loro d’aiuto. Non potremo ridare loro l’affetto dei loro cari eventualmente scomparsi, né la casa, ma la tragedia può essere alleviata – non ora certamente, ma più avanti quando la situazione sarà tornata quasi alla normalità – ad esempio organizzando manifestazioni dedicate a loro, mobilitandosi come Moto Club per contribuire alla ripresa dell’attività dei vari Moto Club esistenti a L’Aquila. Officine potrebbero offrirsi di “adottare” una motocicletta riparabile di un motociclista terremotato e rimetterla in sesto donando la mano d’opera, mentre una colletta fra i soci di un Moto Club potrebbe offrire i pezzi di ricambio. Noi saremmo lieti di dare spazio su Motonline e anche su Dueruote a queste o ad altre azioni a favore degli amici motociclisti abruzzesi così duramente e incolpevolmente colpiti. Segnalo a questo proposito l’iniziativa del MC Biker Salerno City, che in occasione del motoraduno nazionale in programma il 25 e 26 aprile a Salerno ha deciso di devolvere parte dell’introito delle iscrizioni ai terremotati. La somma raccolta sarà inviata al Comitato Regionale Abruzzo della FMI.

Non sarà certo molto quello che potremo fare, ma la spinta c’è e viene dalla consapevolezza che per tutti gli appassionati la moto non è semplicemente un veicolo, ma qualcosa di più, costato spesso molti sacrifici e curato con una dedizione che rasenta l’affetto.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 4 Commenti · Lascia un commento

4 Commenti »

  1. di gabrielepaterlini | 10 Aprile 2009 h. 11:21


    Caro Rivola,
    faccio fatica a trovar parole che possano in qualche modo essere di conforto a quella povera gente. Sento il rischio di navigare nel retorico, specialmente ora che l’onda emotiva dell’accaduto è ancora alta, ma voglio comunque esprimere tutto il mio affetto e vicinanza a quella popolazione così colpita.
    Sarà che ho lavorato e vissuto ad Avezzano per 3 anni, sarà che quel giorno anche casa mia ha tremato così forte che pensavo si smontasse, sarà che da quando è nato mio figlio la Vita è cambiata e con essa le priorità e i valori!
    Durante quella nottata io e mia moglie abbiamo stretto al petto nostro figlio sperando che tutto finisse al più presto. Oggi al pensiero che in Abruzzo tante famiglie hanno perso quanto di più caro si potesse avere in vita come un figlio, un caro, un parente, un amico, mi lascia dentro una tristezza che probabilmente ricorderò per sempre.
    C’è una foto che gira sul web, una foto davvero commovente che ha immortalato il triste destino di quella popolazione e che mi tormenta: una bara piccolissima, bianca, adagiata sopra ad un’altra bara che ogni probabilità è quella della mamma di quel piccolo angioletto strappato alla vita terrena dalla furia del terremoto.
    Non so in che modo potrò contribuire alla causa dei Moticiclisti Abruzzesi, ma intanto prego, prego per quella terra, per qualla gente e per i loro Angioletti e quando sarà il momento di far qualcosa per i Motociclisti Abruzzesi cercherò di rispondere “presente”!!
    Ognuno di noi faccia ciò che la coscenza gli comanda, anche una sola preghiera sarà stato un contributo importante.
    Duca72

  2. di chiaretta0103 | 10 Aprile 2009 h. 12:10


    Complimenti Gigi, bella proposta!

  3. di valerio17071966 | 10 Aprile 2009 h. 16:20


    Ho letto con estremo interesse la tua proposta. E’ vero: nessuno di noi potrà mai far ritrovare gli affetti a chi li ha perduti, ma come te sono convinto che la vera solidarietà si dimostra anche nelle piccole cose. E’ inutile , finto ed opportunista fare grandi proclami che poi non potremo mantenere. E’ molto piu funzionale e motivante per quella gente sfortunata aiutarli da subito nelle piccole cose del quotidiano. Riparare una moto quando la popolozione dorme in una tenda tra incubi su cio che é stato potrebbe apparire futile ed invece io sono convinto che puo contribuire a ridare un bell’attimo a chi pensa di non poterne avere piu. Io non sono meccanico né ho alcuna esperienza che possa essere di qualche valore aggiunto, ma do sin da ora la mia adesione agli eventuali raduni di solidarietà che verranno organizzati. Saluti

  4. di alberth56 | 10 Aprile 2009 h. 18:13


    Sarò anch’io presente anche per un piccolo aiuto
    Grazie per l’idea
    Alberto

Commento RSS · TrackBack URI


Lascia un commento

Devi essere registrato e loggato per aggiungere un commento.

La legge è uguale per tutti. O no?

A proposito della mia infrazione: 53 km/h col limite di 50 km/h, qualcuno mi ha fatto notare che le regole se ci sono vanno rispettate. Sono d’accordo, ma non accetto che chi le impone non le rispetti a sua volta

 

Torno sul discorso autovelox e amministrazioni locali. Lo faccio perché sul blog della settimana scorsa, avendovi esposto il mio “record”: beccato a 53 km/h dall’autovelox del Comune di Pieve Emanuele (MI), ho letto alcuni interventi che mi hanno convinto che fosse il caso di spiegarmi meglio.

“Mi dispiace – mi ha scritto Durango 95 – ma non vedo come ci si possa sempre lamentare… Purtroppo qualsiasi limite si imponga non si può sempre chiudere un occhio. La legge impone uno scarto del 5%… beh se l’autovelox segnava 58 Km/h non sarà una gran infrazione, ma in ogni caso lo è… Siamo nel paese dove si chiude sempre un occhio… Per una volta che una legge è applicata alla lettera ci lamentiamo”.

“Ma dai, caro Rivola – mi ha consolato Fabiosire – con una trentina di euro te la cavi… e poi non ti tolgono neanche i punti sulla patente visto che sei entro i 65 km/h… Hai infranto il Codice Stradale e basta. Se c’è una regola o si è fuori o si è dentro e meno male per te che ci sono degli scaglioni per quanto riguarda soldi e punti”.

Non c’è dubbio che entrambi abbiano ragione. Ma si tratta di una visione unilaterale della faccenda. La medaglia, come sempre, ha due facce: in una ci sono io che violo seppur minimamente il Codice, e pago la mia sanzione, nell’altra c’è un Comune, che ha l’autorità di imporre divieti, di stabilire controlli, di riscuotere sanzioni, ma che sarebbe tenuto – come me – a rispettare sempre, in queste sue attività, la legge. Invece non lo fa, o volutamente, o per scarsa conoscenza, e provoca danni ai cittadini. E naturalmente non paga sanzioni.

Il comune di Pieve Emanuele è stato inserito – da un tribunale – nella lista di quelli che avevano consentito – consapevoli o ignari non importa – la manipolazione del software di gestione dei sistemi di controllo semaforici in modo da accorciare nettamente la durata del “giallo”. Io sono stato uno delle molte migliaia di utenti della strada che in pochissimi mesi sono stati multati dalla Polizia Municipale di Pieve Emanuele per essere passati col rosso a causa di quel “trucchetto” vergognoso.

La Polizia Municipale di Pieve Emanuele mi ha poi comminato una sanzione di oltre 250 euro per non aver rivelato chi era alla guida in occasione dell’infrazione semaforica. Non poteva farlo in pendenza del ricorso, ma lo ha fatto lo stesso. Un errore? D’accordo. Ma a me quell’errore è costato un sacco di tempo per un secondo ricorso – vinto – e un sacco di soldi perché sono ho dovuto macinare 600 km per venire a Milano apposta e nessuno mi ha rimborsato.

Adesso il Comune di Pieve Emanuele vuole da me altri soldi perché un autovelox invisibile mi ha pizzicato a 53 km/h dove c’era il limite di 50 km/h (ribadisco il concetto: la mia velocità è 53 km/h, non 58 km/h come molti hanno scritto, visto che l’abbuono del 5% di legge non è un regalo del buon legislatore, ma un margine concesso in considerazione dei possibili errori di tachimetro e autovelox). Ebbene, le ultime pronunce della Cassazione stabiliscono in modo inequivocabile che le sanzioni sono valide se esiste una segnalazione del punto di rilevamento della velocità e se l’agente è presente. Entrambe queste situazioni sono largamente e volutamente ignorate dalle Amministrazioni Locali, che hanno preso in giro gli italiani riempendo tutte le strade di (costosi) cartelli di avviso di “controllo elettronico della velocità” in modo da poter collocare le macchinette dove vogliono rispettando la legge nella forma, ma non nella sostanza. Furbissimi!

Alcuni hanno scritto che gli autovelox segnalati e ben visibili non hanno senso, e io posso essere in buona parte d’accordo, ma se le regole sono queste, perché le regole devono valere solo per il cittadino e non per chi ha il compito e la responsabilità di farle osservare?

 

 

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 16 Commenti · Lascia un commento

Sono un criminale!

L’autovelox mi ha beccato a 53 km/h col limite dei 50. Puntualissima è arrivata la multa dal comune di Pieve Emanuele, uno di quelli indagati per i semafori taroccati. Sono certo che questa è la strada giusta per ridurre i morti sulle strade. O no?

 

La temuta busta verde ancora una volta è arrivata. Due squilli di campanello e il postino mi fa firmare la notifica. Viene da Milano, comune di Pieve Emanuele, quello che mi aveva già “colpito” col giallo che diventava subito rosso e che adesso risulta fra i comuni inquisiti proprio a  causa di questo antipatico, ma estremamente redditizio “scherzetto”. Quello che mentre era pendente il ricorso mi aveva notificato una sanzione di oltre 250 euro per non aver comunicato chi era alla guida del veicolo ai fini della decurtazione dei punti della patente e che per questo mi aveva obbligato a presentare un altro ricorso e a recarmi a Milano – a mie spese, naturalmente – per farmela annullare dal giudice di pace.

Stavolta non è il semaforo taroccato a motivare la contravvenzione, ma un autovelox mai visto, che mi ha colto in flagrante eccesso di velocità. Udite, udite: ben 53 km/h in presenza del limite di 50 km/h.

Naturalmente la solerte vigilessa che ha “accertato” la mia violazione dirà: lo strumento segnava 58 km/h. Giusto. Ma lo scarto non è un regalo: è previsto dalla legge perché il tachimetro dei veicoli non è perfetto e non lo è nemmeno l’autovelox. Quindi, per la legge – e quindi anche per me e per i vigili –  la mia velocità vera era 53 km/h. Tre chilometri l’ora più del limite. Sappiamo tutti che con le auto di oggi uno spostamento millimetrico del piede sull’acceleratore porta a istantanee variazioni di velocità anche superiori a 10 km/h, e sappiamo che un utente della strada che procede a 53 km/h su una strada con limite di 50 km/h è uno che sta rispettando il limite, con quelle irrisorie e inevitabili oscillazioni.

Ma a Pieve Emanuele, come in tanti altri comuni d’Italia, si sa solo ciò che rigorosamente prescrive la legge. E si conduce una dura e onesta lotta per ridurre i morti sulle strade. I soldi incassati? Ne sono certo: tutti in beneficenza.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 21 Commenti · Lascia un commento

C’è ancora spazio per volontà e fantasia?

Claudio Costa parla di suo padre Francesco, che immaginò e realizzò grandi corse e l’autodromo di Imola, ed esprime un grande pessimismo sull’oggi e sul domani. Ma io credo…

 

Recentemente ho avuto occasione di essere ospite del dottor Claudio Costa. Avevo bisogno di scambiare due chiacchiere con lui e appena gli ho chiesto la disponibilità di mezz’ora mi sono sentito rivolgere un invito a pranzo al “Feudino”, la casa dei suoi genitori.

Volevo appunto che lui e suo fratello Carlo mi parlassero del loro padre Francesco, del quale alcuni appassionati motociclisti, imolesi e non solo, vorrebbero celebrare in modo degno il ricordo.

Claudio Costa, il “Dottor Costa”, è notissimo e non ha certo bisogno di presentazione. Suo padre era altrettanto conosciuto nel nostro mondo, ma fra i motociclisti della passata generazione, soprattutto come organizzatore di alcune fra le manifestazioni che hanno fatto la storia delle corse nei trent’anni che vanno dal 1950 al 1980. Francesco Costa fu il pioniere del motocross in Italia: dalla sua mente e dalla sua tenacia nacquero i primi Gran Premi del nuovo sport già alla fine degli Anni ’40 e la sua capacità di relazioni e di organizzazione fece sì che a questi Gran Premi partecipassero anche i campioni internazionali del cross, scendendo dai lontani Paesi del Nord Europa in cui esisteva da anni una scuola specifica. Mentre diffondeva il cross in Italia, Francesco Costa pensava anche a un autodromo studiato e realizzato apposta per le corse motociclistiche nella sua Imola. E l’Autodromo nacque. Ma non bastava, e “Checco” lo sapeva benissimo, così in quella sua pista organizzò corse fantastiche: dalla Coppa d’Oro Shell, alla 200 Miglia, al Trofeo delle Nazioni, tutte manifestazioni insuperate per partecipazione di piloti, di pubblico, e per grandiosità e originalità della formula.

“Lui aveva capito che la passione dà più spinta della razionalità – così ne parla Claudio Costa – la sua genialità era semplicemente una grande umanità. Riusciva a prendere dal passato le sementi per costruire il futuro e con la sua capacità di coinvolgimento, con la sua enorme forza psicologica, superava le difficoltà e realizzava i suoi progetti”.

“Oggi nemmeno “Checco” potrebbe più ripetere ciò che ha fatto perché non ci sono più le condizioni: tutto è stato sostituito dal potere dell’apparato e dalle esigenze del profitto. Oggi non c’è più verità, ma solo procedure squallide e senza etica”.

Claudio Costa esprime dunque  un pessimismo senza alternative al quale io non riesco ad adeguarmi. Concordo sulle enormi, forse insormontabili difficoltà che oggi incontrerebbe Checco Costa a ripetere ciò che ha fatto, però credo che proprio la rigidità, molto spesso ingiustificata, dell’apparato, la mancanza di etica di cui parla Claudio, genereranno a medio termine, per reazione, nuovi Checco Costa che con la loro volontà e la loro capacità di coinvolgere muteranno le cose facendo prevalere la fantasia creativa sulla bieca burocrazia.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 5 Commenti · Lascia un commento

Lo sfogo di Batta e le reazioni dei tifosi

Il manager della Suzuki ha accusato l’Aprilia di spacciare un prototipo per derivata di serie. Una disputa verbale e tecnico/sportiva, niente di più, che ha generato tante reazioni. Molte anche incivili

 

Il mondiale Superbike è iniziato nel migliore dei modi: con Haga, strappato alla Yamaha e sistemato in sella alla Ducati al posto di Bayliss, che ha vinto la prima gara del GP d’Australia e con Spies, chiamato dall’America a sostituire Haga sulla Yamaha, che ha vinto la seconda. La Suzuki ha fatto ottima figura con un secondo e un terzo posto, e la Honda ha colto un eccellente terza posizione con Haslam, pilota del team Stiggy, che ha così dimostrato che quest’anno la Casa di Tokyo non dovrà puntare tutto solo su Ten Kate, come accadeva negli anni passati.

Le due esordienti, BMW e Aprilia, sono state, in prova e in gara, al di sopra delle più rosee previsioni; la tedesca con Corser ha colto un promettente ottavo posto e l’italiana con Biaggi ha addirittura dimostrato di ambire alla vittoria fin dalla prima uscita.

Troppo forte per un’esordiente – ha pensato quel vecchio volpone di Francis Batta – che riferendosi alla moto di Noale l’ha accusata apertamente di essere un prototipo e si è riservato di proporre reclamo a fine Gran Premio.

Appena apparso questo sfogo del manager della Suzuki su Motonline, si sono scatenati i commenti dei lettori. Tantissimi: alcuni pro, la maggior parte contro. Fra i “contro” molti sono stati censurati – vale a dire “cestinati” a causa delle ingiurie contenute nei messaggi. Un compito, sgradevole ma necessario, che questa  volta è spettato al sottoscritto.

Mi chiedo: ma è possibile che se si è in contrasto con le idee di un’altra persona la si debba per forza insultare? Oltre che maleducazione, ignoranza, scarsità di argomenti, non è anche viltà insultare qualcuno nascondendosi dietro l’anonimato di un nome di fantasia? Sono tifosi questi? Forse sono proprio loro i veri tifosi, se non dimentichiamo che la parola deriva dal greco antico “Tiphos” che significava “febbre”, e che ora indica una malattia piuttosto grave e non facile da curare.

 

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 15 Commenti · Lascia un commento

Altro che finanza, servono idee

C’è la crisi, ma non emergono soluzioni di tipo industriale capaci di dare una svolta al mercato. Eppure moto e ciclomotori possono senz’altro essere anche diversi da ciò che sono da troppo tempo. Lo dimostra un computer…

 

Mi riallaccio ad un recente blog del mio direttore, Luigi Bianchi, in cui sosteneva che la motocicletta è uguale a se stessa da ormai troppi anni e che per vincere la crisi occorrono idee nuove. Concordo, e non solo per rispetto gerarchico, ma perché la penso allo stesso modo alla luce della mia conoscenza del mondo della moto e della sua storia.

Con le nuove idee, molto più che coi giochini finanziari e con gli incentivi governativi si costruiscono i mercati. Lo hanno dimostrato la Piaggio con la Vespa e poi con il Ciao e i Giapponesi, in primis con la Honda CB 750 Four,  e più recentemente con gli scooterini 50 e con lo scooterone CN 250, solo per fare gli esempi più eclatanti.

L’idea evidentemente diffusa nel mondo industriale è che non ci sia spazio per nuove idee. Io la penso diversamente. Ad esempio, non è possibile che solo il Ciao sia riuscito a proporre un’immagine diversa del ciclomotore. Ricordo che già molti anni fa Giancarlo Morbidelli preparò un ciclomotore di minima cilindrata e minimo costo da vendere in scatola di montaggio nei supermercati. Pesava 30 kg complessivi e lo provai personalmente rimanendone meravigliatissimo e ammirato. Non se ne fece nulla, immagino per complicazioni legate alla commercializzazione in scatola di montaggio. Possibile? Oggi si può volare con un aereo ultraleggero sofisticato da 300 km/h di velocità di crociera assemblato in casa seguendo le facili indicazioni di un CD-Rom della Casa, e non si può circolare con un veicolo autocostruito, enormemente più semplice, come un ciclomotore. Pura questione di superabili pregiudizi. Dei produttori e della burocrazia.

Esco dal nostro territorio e fornisco una dimostrazione della mia tesi.

Ho acquistato recentemente un computer portatile della nuova famiglia dei “netbook”, ossia quelli molto piccoli e molto leggeri, che non possono certo essere utilizzati come alternativa al computer da casa, ma che in viaggio sono assolutamente fantastici potendo darti ovunque la potenza, la memoria e la connettività di un grande computer in una dimensione poco più che tascabile, e con un’autonomia d’esercizio a batteria che è almeno doppia di qualsiasi altro portatile. Il tutto ad un prezzo minimo come il computer: da 150 a 500 euro a seconda del livello di sofisticazione e della grandezza dello schermo. Il mio l’ho comprato su ebay a 366 euro quando il prezzo di listino allora era di 450.

All’improvviso, dopo che un produttore taiwanese l’ha lanciato per primo, tutte le Case costruttrici si sono accodate al suo successo mettendo in gamma almeno un “netbook”. Prima, per avere a disposizione un computer simile al mio, ma con caratteristiche complessivamente inferiori, occorreva sborsare almeno 2500 euro, con la scusa dei “costi alti della miniaturizzazione”.

Che cosa ha dato a me l’idea di questo produttore taiwanese? Un prodotto che mi serviva (e non solo a me) a un costo che fra due-tre anni, quando sarà superato, mi permetterà di sostituirlo avendoci rimesso una somma minima anziché una impegnativa che avrebbe potuto, domani, convincermi a rimandare la sostituzione.

Come ha fatto questa azienda taiwanese ad avere il coraggio di mettere in produzione un simile oggetto a un simile costo? E’ evidente che ha condotto un’indagine di mercato molto corretta, che ha analizzato le famiglie di computer disponibili con una mentalità molto aperta riuscendo ad individuare una carenza importante, che ha fatto un grosso lavoro di razionalizzazione dei costi produttivi e che ha avuto del coraggio. Insomma, ha fatto quello che i suoi concorrenti, alcuni dei quali molto importanti, non avevano fatto fino a quel momento perché giudicato “inutile o impossibile”.

Da noi invece si striscia a Roma chiedendo incentivi. Il presidente dell’ANCMA, Guidalberto Guidi, si dispera a nome dei suoi soci. Però intanto studia un quadriciclo con motore ibrido. Almeno lui…

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 5 Commenti · Lascia un commento

Il disoccupato Lorenzo Lanzi

Un pilota che è stato meritatamente protagonista, l’unico italiano ad aver vinto una manche del mondiale Superbike 2008, ora è a piedi, svalutato da una serie di circostanze negative, ma anche e forse soprattutto dal non essere stato un “personaggio”

 

Tre vittorie, più tre terzi posti, una pole e due giri più veloci nel mondiale Superbike, e prima quattro vittorie, due terzi posti, due pole e cinque giri più veloci nella Superstock 1000. Questo è il curriculum di Lorenzo Lanzi, secondo solo a Biaggi fra i piloti italiani che hanno corso in Superbike negli ultimi anni.

Nel 2009 Lanzi è disoccupato. L’anno scorso è stato l’unico italiano ad aver vinto una manche, tra l’altro correndo con una moto privatissima, ma col ritiro dalle corse del team RG si è ritrovato a piedi e nessuno gli ha offerto una guida.

Al di là dei risultati tabellari, che da soli non bastano ad inquadrare il valore reale di un pilota, Lanzi è, o no, un corridore degno di lottare fra i protagonisti del mondiale Superbike?

Il mio parere personale è che non ci siano dubbi su questo: le vittorie di Lanzi sono state cristalline sia nel 2005, quando è salito in sella per la prima volta alla Ducati ufficiale, sia nel 2008, a Valencia, quando, occupando a fine corsa uno splendido terzo posto, si è ritrovato primo in seguito alla collisione fra Neukirchner e Checa.

Quando gli si stava aprendo una carriera molto promettente, si è ritrovato dapprima coinvolto in una tragedia, la morte prematura del padre mentre era al suo fianco ad allenarsi su una moto da trial, poi, divenuto pilota ufficiale della Ducati, ha dovuto confrontarsi col mostro Bayliss, un campione di tal calibro da oscurare – e deprimere – tutti quelli che gli stavano vicini. Così è successo a Lanzi, così anche a Fabrizio, che quest’anno potrebbe invece – liberatosi di questo incubo – rifulgere di luce propria.

L’altro handicap di Lanzi, quello che probabilmente lo ha reso disoccupato, è stato il non essere “personaggio”, come è richiesto anche ai campioni dello sport dalla degenerazione del senso dello spettacolo. Se oltre a correre Lorenzo avesse creato più “casini”, avesse polemizzato aspramente con gli avversari a microfoni aperti, creando schieramenti e audience, molto probabilmente nel 2009 avrebbe avuto buone opportunità con una delle tante squadre dotate di buone moto e alla ricerca di buoni piloti. Così non è stato e mi sembra profondamente ingiusto.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 6 Commenti · Lascia un commento

Semafori e malcostume

Chi fa quattrini speculando su un tema importante come la sicurezza stradale, moralmente è come chi si arricchisce vendendo al mercato beni donati ad opere di beneficenza 

 

Sono stato “beccato” anch’io al semaforo giallo che diventava subito rosso nel comune di Pieve Emanuele, vicino alla nostra redazione. Non mi era mai successo prima, in oltre quarant’anni di patente, di essere multato per questa infrazione. Ricordo benissimo quel “giallo”: si accese e si spense subito dopo passando al rosso. Perché mi è rimasto impresso? Perché pensai immediatamente ad un guasto. Due mesi dopo mi arrivò la multa.

Adesso un giudice di buona volontà sta scoperchiando una pentola dalla quale escono vapori mefitici che non sono altro che la conferma di ciò che il “popolo bue” sussurrava da tempo: alla faccia della prevenzione e della sicurezza, i comuni con le multe ci fanno cassa. E, come abbiamo visto, non solo i comuni, ma anche le società che forniscono loro le micidiali apparecchiature elettroniche di rilevamento delle infrazioni.

E adesso tutti quei soldi rubati coi semafori truccati chi li restituirà ai cittadini? Nessuno, ovviamente, anche se la cosa più giusta da fare, nel caso che venga riconosciuta la malafede degli amministratori pubblici e delle ditte private, con la collusione dei comandi di polizia municipale, sarebbe la confisca dei beni personali dei condannati e la loro confluenza in un fondo da destinare alla restituzione delle multe pagate ingiustamente.

Che schifo! Chi approfitta di un argomento importante e serio come la sicurezza per far quattrini (salvo poi lasciare le strade di propria competenza piene di buche, di guard-rail a lama e di pericoli di ogni genere) va posto, moralmente, allo stesso livello di chi specula su importanti temi sociali, come la beneficenza o il volontariato. Feccia.

Ma c’è anche chi ha il senso della dignità e del dovere. Ed è giusto che il suo nome sia noto a tutti: mi riferisco al comandante della polizia municipale di Lerici, Roberto Franzini che, nonostante le intimidazioni ricevute, ha avuto il coraggio di ribellarsi a questo malcostume e denunciarlo. Non so quanto ciò gli gioverà alla carriera: l’esperienza mi dice che certi comportamenti leali in Italia difficilmente trovano riconoscimenti, più facilmente generano ritorsioni, ma sappia che ha l’ammirazione e la gratitudine di tutti gli italiani onesti.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 5 Commenti · Lascia un commento

Carmelitani scalzi

Muro di Berlino, Lehman Brothers, MotoGP: tutte crisi di sistemi che sembravano inattaccabili e insuperabili. Invece della loro fragilità erano comparsi in anticipo evidenti e molteplici segnali

Una volta per entrare nell’ordine dei carmelitani scalzi ci voleva la vocazione religiosa. Adesso basta la vocazione per la grande finanza.
Sono vent’anni che il mondo manda segnali assai ben percepibili, iniziati con la caduta del muro di Berlino, che ha comportato il crollo di un sistema politico/economico/sociale sulla cui invulnerabilità moltissimi avrebbero giurato. Era un sistema oligarchico di gestione del potere e dell’economia che non ha retto, né avrebbe potuto, all’incalzare dell’informazione e del mercato globale. Lo stesso vale oggi per le “impossibili” catastrofi generate da grossi gruppi finanziari su cui sembrava fondarsi e reggersi il mondo occidentale. Indistruttibili, massimamente affidabili, bandiere di un capitalismo gonfiato da giri miliardari (di dollari) sono esplosi quando, a furia di gonfiare, l’involucro esterno ha ceduto, mostrando a tutti che dentro non c’erano soldi veri, ma aria. L’innesco dell’esplosione? Una micidiale miscela di presunzione, stupidità, disonestà e connivenze.
E lo sport? Peggio che mai! Il mito decubertiano ha preso molto dalla grande finanza, che negli ultimi anni ha abbracciato tutti. I manager hanno sostituito gli appassionati mecenati, che proprio perché tali stavano anche attenti a fare i conti, e si sono messi a parlare di diritti televisivi, di milioni di contatti, di pubblicità, di sfruttamento del logo, e attorno ai principali sport hanno creato dei business, ambientati in un panorama di altissima efficienza, professionalità, affidabilità, sul cui sfondo circolano ininterrottamente nuvole di miliardi di dollari ed euro.
Il problema è duplice: creare questi panorami costa moltissimo in soldi veri, da far uscire effettivamente dalle tasche. E una volta creato il panorama, attenti a non fermare mai le nuvole sullo sfondo, perché mentre circolano là, in lontananza, con poca profondità di campo, si possono scambiare anche per dollari ed euro, ma se si fermano, allora sono solo nuvole.
Così, per correre nella MotoGP, quando una volta bastava un campione, sua moglie, l’automobile, la roulotte, due fidi meccanici e una buona moto, meglio se ufficiale, oggi servono milioni di euro elargiti da tabaccai, telefonisti e cioccolatai, poi ci vuole la super hospitality, una ventina di persone fra ingegneri, meccanici, cuochi, autisti, P.R., almeno tre TIR, ombrellaie, e chi ne ha più ne metta. Per non parlare degli ingaggi dei piloti, che devono ingrassare anche i loro procuratori, commercialisti, comunicatori e via pagando. Rimpianto del passato? No, semplice riflessione su inutili esagerazioni di cui oggi si pagano le conseguenze.
La MotoGP così come è stata conciata negli ultimi tempi non poteva reggere e non ha retto. Adesso lo dicono tutti. Magari un po’ in ritardo… Ma li capisco: la sensazione di nuotare nell’oro fa presto a dare alla testa.
Però dopo ci si ritrova fra i carmelitani scalzi.
Concludo con una esortazione al mio amico (vedi mio post del 4 novembre scorso: Amici per la pelle) Carmelo Ezpeleta, presidente della Dorna: provi a raschiare il fondo del barile, che qualche diritto da vendere lo troverà ancora. Così non andrà tutto storto. Soprattutto, che non si faccia venire in mente anche lui di passare alla Superbike.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 5 Commenti · Lascia un commento

Usque tandem… Dorna?

L\'orazione di Cicerone contro Catilina, in un affresco a Palazzo MadamaFino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? – Tuonava Cicerone. Fino a quando continuerà, con la benedizione della FIM, il massacro della MotoGP? Il regolamento della Moto2? Da ridere per non piangere

Qualcuno comincerà a pensare che davvero io abbia qualcosa di personale contro la Dorna, visto che più volte sono capitato sull’argomento e con una certa durezza. In realtà non c’è nessun astio nelle mie critiche, ma solo l’incapacità di comprendere come sia possibile, dopo aver commesso già diversi e gravi errori – li elenco ancora: costi alle stelle, sacrificio ingiusto e inutile del due tempi, concentrazione dell’attenzione quasi esclusivamente sul pilota a scapito della marca della moto, preclusione di ogni contatto fra pubblico e paddock, formula di gara che non incentiva lo spettacolo, penalizzazione ingiusta e controproducente delle classi minori – insistere con altri sbagli che rendono sempre più difficile riportare il campionato dei prototipi al suo ruolo di re indiscusso delle corse motociclistiche di velocità.
Il regolamento della Moto2 è semplicemente penoso. Dalla sua lettura non traspare l’intelligenza di chi, con idee chiare, esperienza e capacità propone una valida soluzione, ma solo l’inefficienza burocratica di chi è stato semplicemente incaricato di cammuffare con parole tecniche una pura ricerca della massima economia. Senza peraltro riuscirci, perché anche così forzate al risparmio, le 600 di Moto2 saranno senz’altro più costose delle 250 bicilindriche due tempi, senza nemmeno poterle battere in prestazioni.
Come è possibile immaginare una classe di prototipi che per regolamento venga vincolata con catene più grosse di quelle che ormeggiano alla banchina una portaerei a una tecnologia superata, anzi, nettamente superata ormai, dalle moto di serie?
Sembra un regolamento tecnico del campionato motociclistico dei mormoni, e mi meraviglio che nessun paragrafo preveda che il pistone debba essere chiamato “stantuffo”, che il segmento non sia citato come “corteco”, e che i paraolio non si chiamino “premistoppa”.
Vietate le valvole pneumatiche, il turbo, i pistoni ovali, le fasature variabili, il carter secco, i condotti a lunghezza variabile di alimentazione e scarico, gli artifici per incrementare la quantità (in peso, non in volume) della miscela introdotta nella camera di scoppio, l’iniezione diretta, le frizioni antisaltellamento, ridotta infine al minimo l’elettronica al grido “Te la do io l’elettronica!”.
E questo sarebbe un campionato di prototipi? Patetico.
Vuol dire che mentre la produzione di serie, incurante delle regole della Dorna, adotterà in pochissimo tempo tutte quelle soluzioni che per le corse sono vietate, i partecipanti alla Moto2 dovranno spendere soldi per costruire prototipi che vadano meno delle moto di serie e si troveranno ad inchinarsi davanti ai tempi sul giro delle Supersport del campionato SBK. Naturalmente di qui al 2011 ci sarà tempo per ripensarci, per allargare la manica in modo che le moto derivate di serie non facciano sfigurare i prototipi. Ma a quel punto i costi diventeranno talmente alti che tutti rimpiangeranno le vecchie 250 due tempi.
Usque tandem, Catilina…

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 9 Commenti · Lascia un commento