Più forti del dolore
di Luigi Rivola | Postato in Senza categoria
Come Bayliss nel 2007, anche Hopkins ha deciso di farsi amputare un dito per poter continuare a correre. La storia del motociclismo mostra molti altri esempi del genere. E ci si chiede: “È morale?”
Nel 1920 un giovane faentino, appassionatissimo di moto, si iscrisse con una Harley Davidson 1000 alla prima edizione della Coppa dell’Adriatico, una corsa nel riminese nella quale si sarebbe confrontato coi migliori piloti della sua e anche di regioni limitrofe, alcuni dei quali già noti pure in campo nazionale.
Normale per altri, ma non per lui. Aristide Gaddoni, così si chiamava il ragazzo, aveva una gamba sola; l’altra gli era stata amputata quattro anni prima sopra il ginocchio dopo che, per una banale lite, un collega di lavoro gliela aveva ferita e infettata con un coltello. Ma per Aristide non era un limite: con l’aiuto di amici si era costruito una gamba in alluminio e caucciù, l’aveva anche forata per alleggerirla e dotata di uno snodo al ginocchio. Quando andava in moto, la fissava al telaio in modo da porvisi appoggiare, e guidava come nulla fosse.
In questa guisa si presentò al via della Coppa dell’Adriatico e la vinse. L’anno dopo stava per ripetere l’impresa, quando una caduta gli fu fatale.
Tazio Nuvolari nel 1925, a soli nove giorni da un tremendo incidente sulla Alfa Romeo ufficiale, si schierò con la Bianchi 350 al via del Gran Premio delle Nazioni, a Monza, fasciato come una mummia e irrigidito da un busto di cuoio. È l’episodio più celebre della sua incredibile carriera. Sulla moto lo issarono due militi, che poi lo spinsero alla partenza. Le classi 350 e 500 correvano insieme e dall’Inghilterra erano venuti per vincere quelli che in quel momento erano i migliori piloti del mondo sulle macchine più veloci. Nuvolari, conciato in quel modo assurdo, li battè tutti e vinse a 124 km/h di media, mentre il migliore della 500 tagliò il traguardo a 112 km/h di media.
Ancora Nuvolari. Nel 1926 stava correndo al circuito del Savio, nei pressi di Ravenna; era terzo, ma il pilota che lo precedeva cadde e per evitarlo, si vide costretto a infilarsi in uno spazio strettissimo, tanto che con la mano sinistra andò a colpire un muretto rompendosi il dito anulare. Nuvolari continuò incurante del dolore, mantenne il comando, poi, all’ottavo giro si fermò per il rifornimento. Era stravolto, col guanto insanguinato, al box gli impedirono di ripartire; all’ospedale volevano amputargli il dito, ma lui si oppose con forza.
Ogni tanto capita che un pilota si confronti con un proprio handicap fisico, o con una situazione in cui il dolore per una ferita gli impedirebbe di correre, e che decida di ignorarlo, anzi, addirittura di imporsi sul dolore e di volerlo battere come si batte un avversario in pista, disposto per questo anche a menomarsi. Esempi di caparbietà e di forza di volontà ne abbiamo avuti, tanto per citare i più celebri, da Laslo Szabo, che negli Anni ’60 correva pur essendo monocolo, ossia vedendoci da un occhio solo, o da Paolo Pileri, che corse il GP 125 a Brno nel 1974 con la clavicola sinistra fratturata, dominando la gara fin quando rimase senza benzina e riuscì comunque a tagliare il traguardo in seconda posizione spingendo la moto. Per non parlare di Mick Doohan, che continuò a vincere la 500 nonostante un handicap che gli impediva di usare il piede destro per frenare.
Recentemente abbiamo visto due piloti accettare l’amputazione di un dito pur di poter continuare a correre: il primo fu Bayliss, che nel 2007 pur di tornare a correre il più presto possibile scelse la menomazione piuttosto che un lento recupero della funzionalità del dito; l’altro caso è di pochi giorni fa: anche Hopkins ha fatto la stessa scelta per eliminare alla radice un problema fisico che lo assillava.
È chiaro che davanti a queste vicende noi “normali” ci poniamo diverse domande: è moralmente accettabile tutto questo? Noi saremmo disposti a farlo? Può una passione essere tanto ardente da convincere un uomo – specie se non lo fa perché costretto da esigenze di carriera o economiche – a farsi anche del male pur di continuare ad alimentarla?
Personalmente rispondo sì a tutte le domande, ma qualche dubbio comunque lo tengo nel cassetto.
7 Commenti »
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di skeggia9 | 27 Gennaio 2012 h. 11:45
è perchè sei appassionato di moto, ma in qualsiasi sport (forse escluso il calcio degli ultimi 20-30 anni) ci sono storie simili e leggende, viventi o meno.
di piodade | 27 Gennaio 2012 h. 12:35
ciao Luigi, ti rispondo con un fatto accaduto anni fa, di rientro dalla toscana, scendendo dal muraglione ( abito a Dovadola) , eravamo io ed i miei inseparabili amici su 2 ruote, all’epoca ripettivamente Guzzi, Ducati e Suzuki, e nel solito ordine di marcia, Ducati Monster apripista, io col Nevada nel mezzo e il terzo con L’SV a chiudere, dopo Portico di Romagna, subito dietro una curva con asfalto con attimo grip Ducati a terra!
Era voltato nel senso inverso cioe verso la toscana, era a vista non ad alta velocita.
Ma lui aveva la mano aperta.
Per salvare il mignolo ha portato un tutore esterno per un anno, un’estensore che teneva i tendini in trazione.
Ora se non lo si sa non si nota nulla e il Monster fa ancora quella strada con la stessa disinvoltura di prima, è una persona normale con un lavoro normale, non deve arrivare primo in classifica (meno male) ma è un caro amico che se l’è vista brutta.
Per i piloti professionisti con vincoli di contratto può essere morale, le scelte sono sempre personali e discutibili, ma la passione non ti lega al letto!
La passione ti tiene vivo e non ti chiedi se ad altri sta bene, lo fai per star bene con te stesso per star meglio con gli altri!
un lampeggio
Davide “Pio” Piovaccari
di ranieriracing | 27 Gennaio 2012 h. 12:35
Forse è proprio l’ esigenza di carriera che giustifica il fatto, del resto i piloti è sacrosanto che siano pagati bene perchè rischiano la vita a differenza di altri sport ( Calcio o Golf ad esempio..). Nel caso poi di Hopkins e Bayliss , due dei miei preferiti soprattutto Hopper che è stato sfortunato ma poteva dare molto di piu’, l’ alternativa era tornare a fare il carrozziere o affogarsi di nuovo nell’ alcool…morale a parte lei che avrebbe fatto sig Rivola?? Assolti e giustificati! Anzi li ammiro
di giuseppe1962 | 27 Gennaio 2012 h. 15:42
Io credo che in tutti questi casi sopradescritti non si sia trattato solo di passione, ma c’era in gioco anche la carriera e un forte senso di esserci e di mostrare il proprio valore, in questi casi si potrebbe fare di tutto pur di vincere o affermarsi, secondo me non si tratta solo di passione.
di sergio0312 | 27 Gennaio 2012 h. 18:12
Serafino Foti qualche anno fa fece la stessa cosa, via un dito pur di poter correre, lo giudicai un pazzo… però chissà… se io al suo posto avrei fatto in maniera diversa?
di albi1961 | 27 Gennaio 2012 h. 20:22
Da motociclista appassionato rimango sempre affascinato da queste storie e ammiro questi personaggi (mitico il Nuvolari!), e anch’io risponderei ’sì’ alle domande che lei si fa (a parte forse quella in cui si chiede se noi saremmo disposti a farlo…).
Devo però anche fare un’osservazione che nasce dalla mia esperienza professionale. Come psicologo lavoro nella terapia dei traumi da shock (quali sono questi incidenti) e so che situazioni un pò estreme, quali sono queste raccontate da lei e che spesso si trovano nel mondo delle corse, vengono vissute dall’individuo in modo particolare.
Senza entrare in dettagli particolari e ‘tecnici’, il nostro sistema nervoso è progettato per rispondere in modo naturale a queste situazioni di stress estremo con un meccanismo chiamato ‘dissociazione’: la nostra coscienza non registra (= non percepisce) una parte dell’esperienza che sarebbe troppo spaventevole o troppo dolorosa da sentire, ma il nostro sistema nervoso sì, la registra eccome! E’ un tipo di esperienza che rimane immagazzinata solo nella nostra memoria corporea e non in quella coscente e che ci permette di continuare a fare quello che facciamo (ad esempio, nel nostro caso, fare il pilota e continuare a gareggiare).
Se però questo tipo di esperienze traumatiche diventano tante e/o molto intense allora rischiamo che il nostro sistem nervoso sia sovraccarico di stress non scaricato e che inizino a comparire sintomi, anche importanti, di varia natura: paure, ansia diffusa, pensieri ossessivi, reazioni emotive ridotte o eccesive, comportamenti evitanti, tachicardia, difficoltà nelle varie funzioni vitali (dormire, mangiare, ecc.), stanchezza cronica, irrequietezza, sindromi psicosomatiche varie (cefalee, colon spastico, dolori al collo e alla schiena, ecc.), ed altro ancora. E a volte accade purtroppo che questo avvenga anche a distanza di parecchi anni dai traumi subiti, senza riuscire a mettere in relazione il trauma con il sintomo.
Tutto questo per dire che è anche grazie a questo meccanismo dissociativo che spesso i piloti non sentono il dolore o non percepiscono il ‘costo’ di queste esperienze per il loro intero organismo (mente e corpo).
E che continuano, per noi appassionati, ad essere eroi.
di Kyron07 | 27 Gennaio 2012 h. 20:36
Che sia morale o immorale, spetta solo al soggetto di turno deciderlo, c’è gente che negli anni nonostante abbia perso una gamba corre comunque al Tourist Trophy (non ricordo il nome, ho l’articolo trovato su un altra rivista) con una protesi di legno, al contrario un grandissimo come Sheene aveva una paura incredibile di rischiare l’amputazione di qualsiasi cosa, ben più della morte stessa.
Ognuno la vede come vuole, discuterne è inutile.