Più forti del dolore

Come Bayliss nel 2007, anche Hopkins ha deciso di farsi amputare un dito per poter continuare a correre. La storia del motociclismo mostra molti altri esempi del genere. E ci si chiede: “È morale?”

Nel 1920 un giovane faentino, appassionatissimo di moto, si iscrisse con una Harley Davidson 1000 alla prima edizione della Coppa dell’Adriatico, una corsa nel riminese nella quale si sarebbe confrontato coi migliori piloti della sua e anche di regioni limitrofe, alcuni dei quali già noti pure in campo nazionale.
Normale per altri, ma non per lui. Aristide Gaddoni, così si chiamava il ragazzo, aveva una gamba sola; l’altra gli era stata amputata quattro anni prima sopra il ginocchio dopo che, per una banale lite, un collega di lavoro gliela aveva ferita e infettata con un coltello. Ma per Aristide non era un limite: con l’aiuto di amici si era costruito una gamba in alluminio e caucciù, l’aveva anche forata per alleggerirla e dotata di uno snodo al ginocchio. Quando andava in moto, la fissava al telaio in modo da porvisi appoggiare, e guidava come nulla fosse.
In questa guisa si presentò al via della Coppa dell’Adriatico e la vinse. L’anno dopo stava per ripetere l’impresa, quando una caduta gli fu fatale.
Tazio Nuvolari nel 1925, a soli nove giorni da un tremendo incidente sulla Alfa Romeo ufficiale, si schierò con la Bianchi 350 al via del Gran Premio delle Nazioni, a Monza, fasciato come una mummia e irrigidito da un busto di cuoio. È l’episodio più celebre della sua incredibile carriera. Sulla moto lo issarono due militi, che poi lo spinsero alla partenza. Le classi 350 e 500 correvano insieme e dall’Inghilterra erano venuti per vincere quelli che in quel momento erano i migliori piloti del mondo sulle macchine più veloci. Nuvolari, conciato in quel modo assurdo, li battè tutti e vinse a 124 km/h di media, mentre il migliore della 500 tagliò il traguardo a 112 km/h di media.
Ancora Nuvolari. Nel 1926 stava correndo al circuito del Savio, nei pressi di Ravenna; era terzo, ma il pilota che lo precedeva cadde e per evitarlo, si vide costretto a infilarsi in uno spazio strettissimo, tanto che con la mano sinistra andò a colpire un muretto rompendosi il dito anulare. Nuvolari continuò incurante del dolore, mantenne il comando, poi, all’ottavo giro si fermò per il rifornimento. Era stravolto, col guanto insanguinato, al box gli impedirono di ripartire; all’ospedale volevano amputargli il dito, ma lui si oppose con forza.
Ogni tanto capita che un pilota si confronti con un proprio handicap fisico, o con una situazione in cui il dolore per una ferita gli impedirebbe di correre, e che decida di ignorarlo, anzi, addirittura di imporsi sul dolore e di volerlo battere come si batte un avversario in pista, disposto per questo anche a menomarsi. Esempi di caparbietà e di forza di volontà ne abbiamo avuti, tanto per citare i più celebri, da Laslo Szabo, che negli Anni ’60 correva pur essendo monocolo, ossia vedendoci da un occhio solo, o da Paolo Pileri, che corse il GP 125 a Brno nel 1974 con la clavicola sinistra fratturata, dominando la gara fin quando rimase senza benzina e riuscì comunque a tagliare il traguardo in seconda posizione spingendo la moto. Per non parlare di Mick Doohan, che continuò a vincere la 500 nonostante un handicap che gli impediva di usare il piede destro per frenare.
Recentemente abbiamo visto due piloti accettare l’amputazione di un dito pur di poter continuare a correre: il primo fu Bayliss, che nel 2007 pur di tornare a correre il più presto possibile scelse la menomazione piuttosto che un lento recupero della funzionalità del dito; l’altro caso è di pochi giorni fa: anche Hopkins ha fatto la stessa scelta per eliminare alla radice un problema fisico che lo assillava.
È chiaro che davanti a queste vicende noi “normali” ci poniamo diverse domande: è moralmente accettabile tutto questo? Noi saremmo disposti a farlo? Può una passione essere tanto ardente da convincere un uomo – specie se non lo fa perché costretto da esigenze di carriera o economiche – a farsi anche del male pur di continuare ad alimentarla?
Personalmente rispondo sì a tutte le domande, ma qualche dubbio comunque lo tengo nel cassetto.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 7 Commenti · Lascia un commento

7 Commenti »

  1. di skeggia9 | 27 Gennaio 2012 h. 11:45


    è perchè sei appassionato di moto, ma in qualsiasi sport (forse escluso il calcio degli ultimi 20-30 anni) ci sono storie simili e leggende, viventi o meno.

  2. di piodade | 27 Gennaio 2012 h. 12:35


    ciao Luigi, ti rispondo con un fatto accaduto anni fa, di rientro dalla toscana, scendendo dal muraglione ( abito a Dovadola) , eravamo io ed i miei inseparabili amici su 2 ruote, all’epoca ripettivamente Guzzi, Ducati e Suzuki, e nel solito ordine di marcia, Ducati Monster apripista, io col Nevada nel mezzo e il terzo con L’SV a chiudere, dopo Portico di Romagna, subito dietro una curva con asfalto con attimo grip Ducati a terra!
    Era voltato nel senso inverso cioe verso la toscana, era a vista non ad alta velocita.
    Ma lui aveva la mano aperta.
    Per salvare il mignolo ha portato un tutore esterno per un anno, un’estensore che teneva i tendini in trazione.
    Ora se non lo si sa non si nota nulla e il Monster fa ancora quella strada con la stessa disinvoltura di prima, è una persona normale con un lavoro normale, non deve arrivare primo in classifica (meno male) ma è un caro amico che se l’è vista brutta.
    Per i piloti professionisti con vincoli di contratto può essere morale, le scelte sono sempre personali e discutibili, ma la passione non ti lega al letto!
    La passione ti tiene vivo e non ti chiedi se ad altri sta bene, lo fai per star bene con te stesso per star meglio con gli altri!

    un lampeggio

    Davide “Pio” Piovaccari

  3. di ranieriracing | 27 Gennaio 2012 h. 12:35


    Forse è proprio l’ esigenza di carriera che giustifica il fatto, del resto i piloti è sacrosanto che siano pagati bene perchè rischiano la vita a differenza di altri sport ( Calcio o Golf ad esempio..). Nel caso poi di Hopkins e Bayliss , due dei miei preferiti soprattutto Hopper che è stato sfortunato ma poteva dare molto di piu’, l’ alternativa era tornare a fare il carrozziere o affogarsi di nuovo nell’ alcool…morale a parte lei che avrebbe fatto sig Rivola?? Assolti e giustificati! Anzi li ammiro

  4. di giuseppe1962 | 27 Gennaio 2012 h. 15:42


    Io credo che in tutti questi casi sopradescritti non si sia trattato solo di passione, ma c’era in gioco anche la carriera e un forte senso di esserci e di mostrare il proprio valore, in questi casi si potrebbe fare di tutto pur di vincere o affermarsi, secondo me non si tratta solo di passione.

  5. di sergio0312 | 27 Gennaio 2012 h. 18:12


    Serafino Foti qualche anno fa fece la stessa cosa, via un dito pur di poter correre, lo giudicai un pazzo… però chissà… se io al suo posto avrei fatto in maniera diversa?

  6. di albi1961 | 27 Gennaio 2012 h. 20:22


    Da motociclista appassionato rimango sempre affascinato da queste storie e ammiro questi personaggi (mitico il Nuvolari!), e anch’io risponderei ’sì’ alle domande che lei si fa (a parte forse quella in cui si chiede se noi saremmo disposti a farlo…).
    Devo però anche fare un’osservazione che nasce dalla mia esperienza professionale. Come psicologo lavoro nella terapia dei traumi da shock (quali sono questi incidenti) e so che situazioni un pò estreme, quali sono queste raccontate da lei e che spesso si trovano nel mondo delle corse, vengono vissute dall’individuo in modo particolare.
    Senza entrare in dettagli particolari e ‘tecnici’, il nostro sistema nervoso è progettato per rispondere in modo naturale a queste situazioni di stress estremo con un meccanismo chiamato ‘dissociazione’: la nostra coscienza non registra (= non percepisce) una parte dell’esperienza che sarebbe troppo spaventevole o troppo dolorosa da sentire, ma il nostro sistema nervoso sì, la registra eccome! E’ un tipo di esperienza che rimane immagazzinata solo nella nostra memoria corporea e non in quella coscente e che ci permette di continuare a fare quello che facciamo (ad esempio, nel nostro caso, fare il pilota e continuare a gareggiare).
    Se però questo tipo di esperienze traumatiche diventano tante e/o molto intense allora rischiamo che il nostro sistem nervoso sia sovraccarico di stress non scaricato e che inizino a comparire sintomi, anche importanti, di varia natura: paure, ansia diffusa, pensieri ossessivi, reazioni emotive ridotte o eccesive, comportamenti evitanti, tachicardia, difficoltà nelle varie funzioni vitali (dormire, mangiare, ecc.), stanchezza cronica, irrequietezza, sindromi psicosomatiche varie (cefalee, colon spastico, dolori al collo e alla schiena, ecc.), ed altro ancora. E a volte accade purtroppo che questo avvenga anche a distanza di parecchi anni dai traumi subiti, senza riuscire a mettere in relazione il trauma con il sintomo.
    Tutto questo per dire che è anche grazie a questo meccanismo dissociativo che spesso i piloti non sentono il dolore o non percepiscono il ‘costo’ di queste esperienze per il loro intero organismo (mente e corpo).
    E che continuano, per noi appassionati, ad essere eroi.

  7. di Kyron07 | 27 Gennaio 2012 h. 20:36


    Che sia morale o immorale, spetta solo al soggetto di turno deciderlo, c’è gente che negli anni nonostante abbia perso una gamba corre comunque al Tourist Trophy (non ricordo il nome, ho l’articolo trovato su un altra rivista) con una protesi di legno, al contrario un grandissimo come Sheene aveva una paura incredibile di rischiare l’amputazione di qualsiasi cosa, ben più della morte stessa.
    Ognuno la vede come vuole, discuterne è inutile.

Commento RSS · TrackBack URI


Lascia un commento

Devi essere registrato e loggato per aggiungere un commento.

BMW SBK e spread

I tedeschi ci bastonano duro in politica economica europea, ma per cercare di vincere nel mondiale Superbike masticano amaro, ma riaprono le porte del Team BMW agli italiani

Qualche giorno fa girava sulla stampa nazionale la notizia, decisamente clamorosa, che il Cancelliere tedesco, Angela Dorothea Merkel, aveva “caldamente richiesto” al nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, la testa del primo ministro italiano in carica. Non sarà vero, però l’andamento quotidiano dei rapporti fra gli stati dell’unione europea, in questo tremendo momento di crisi, ci dimostra che la Germania ha assunto il ruolo di leader continentale e in campo economico detta legge pretendendo di essere seguita.
La Germania è forte, determinata nelle sue scelte e capace di conseguire traguardi importanti, a differenza di noi italiani, che siamo più cicale, volubili, perennemente divisi sul da farsi. Ma un conto è organizzare in modo mirabile e produttivo lo stato, l’industria, l’economia, un conto è vincere le corse in motocicletta…
E qui arriva la nostra vendetta.
Prendiamo ad esempio la BMW Motorrad. Da un decennio a questa parte ha pianificato un attacco massiccio al monopolio giapponese sul mercato internazionale della moto, lanciandosi in un’impresa che sembrava persa in partenza anche per un’azienda tra le più avanzate e solide d’Europa, e sta cogliendo invece obiettivi forse oltre le stesse attese dei top manager di Monaco di Baviera. Viceversa, da tre anni è scesa in forze nel mondiale Superbike con una squadra dotata di grandi mezzi economici, ha schierato una moto evolutissima dall’enorme potenziale, eppure non ha mai vinto una corsa e tantomeno è stata in lizza per la conquista del titolo iridato.
L’anno d’esordio, il 2009, si concluse con un quinto posto a Brno quale miglior risultato della stagione. Per forzare i tempi, nel 2010 i massimi responsabili della BMW strapparono alla Ducati l’esperto direttore del reparto corse bolognese, Davide Tardozzi, e alcuni tecnici del suo staff. Le cose in effetti migliorarono: arrivarono i primi due podi e anche una superpole, ma anche una feroce polemica interna al team, che mal sopportava una dirigenza italiana, che si concluse col clamoroso licenziamento di Tardozzi e dei suoi principali collaboratori.
Come sia andato a finire il 2011, l’anno del ritorno al potere dei manager tedeschi nel Team BMW SBK, lo abbiamo visto tutti: tre terzi posti del nuovo acquisto, Leon Haslam, costantemente fra i primi o addirittura in testa in molte gare, ma con netta evidenza più per meriti propri, che della moto. Addirittura parecchie volte il team ufficiale ha ottenuto risultati inferiori a quelli del neonato team BMW Italia, il cui pilota di punta, Ayrton Badovini, era praticamente un debuttante.
Il campionato 2012 sta per iniziare e a Monaco hanno attuato una nuova rivoluzione: sono tornati gli italiani – non Tardozzi, evidentemente improponibile per motivi d’orgoglio aziendale – ma Andrea Dosoli come direttore sportivo, Silvano Galbusera, già direttore tecnico del Team Yamaha, e Marco Melandri, affiancato ad Haslam per avere in sella alle S 1000 RR SBK due autentici assi.
Il primo risultato si è visto a Portimao nei test svoltisi a metà dello scorso dicembre: la BMW ha ottenuto il miglior tempo (progredendo nettamente rispetto alle sue prestazioni nel GP conclusivo della stagione 2011) con gomme da gara.
E lo spread, irritato, è tornato a salire…

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 9 Commenti · Lascia un commento

Due galli, un pollaio

Ritorno sul confronto MotoGP-CRT-SBK. Anche Capirossi nella sua nuova veste ufficiale di uomo Dorna, conferma che per i prototipi si prospettano nuovi limiti. Questo significa che…

Dopo le esternazioni di Carmelo Ezpeleta, che in un’intervista aveva dichiarato che il futuro della MotoGP erano le CRT e non i prototipi, anche Loris Capirossi, nella sua nuova veste di uomo di collegamento fra la Dorna e i piloti e i team, ha ribadito ciò che personalmente scrivo da almeno tre anni, ossia da quando per la prima volta si è parlato di CRT: sarà inevitabile frenare lo sviluppo dei prototipi attraverso nuove regole tecniche per far sì che le CRT possano diventare competitive coi prototipi stessi.
Così avremo ciò che la Dorna ambisce dal primo giorno in cui si è insediata alla guida del più importante campionato mondiale di motociclismo: la Formula 1 delle moto, con tanti begli sponsor (ma ci saranno, poi, vista l’aria che tira?) e moto private del loro nome d’origine, sostituito sul serbatoio da quello del più munifico fra gli elargitori di denaro.
Tra l’altro, c’è da dire che in realtà non sarà sufficiente “tenere bassi” i prototipi, ma occorrerà che siano potenzialmente perdenti, perché solo così le CRT avranno qualche possibilità di vincere alcune gare e gratificare i soldi spesi da chi avrà investito su di loro.
Il problema più grosso però non è ancora emerso.
Tempo fa scrissi su questo stesso blog che l’ostacolo più rilevante alla trasformazione della MotoGP nel senso voluto da Ezpeleta era il tempo sul giro. Non c’è dubbio che la MotoGP se vuole continuare ad essere la regina delle corse in moto debba anche andare più forte di ogni altra categoria: insomma, i record sul giro nei vari circuiti in cui corre debbono essere tutti suoi. Ma se attraverso nuove regole “limitatrici” – tese a favorire la competitività di chi nasce con un considerevole gap rispetto ai prototipi – rallenteranno i tempi sul giro delle MotoGP, c’è il rischio, se non la certezza, che le Superbike diventino le moto da corsa più veloci del mondo su qualsiasi pista.
Le CRT, che sulla carta dovrebbero andare più forte delle Superbike da cui derivano, potendo contare su gomme più “speciali”, su telai-prototipo e sull’abolizione dei vincoli tecnici delle SBK, per ora vanno inspiegabilmente molto più piano delle Superbike: il loro distacco dalle MotoGP si aggira sui 4-5” al giro, il che significa che, pur essendo prevedibile un netto miglioramento delle loro prestazioni nel volgere di un paio di stagioni, almeno circa 2” al giro rimarranno a precludere qualsiasi ambizione di podio alle CRT rispetto ai prototipi.
Questa dunque dovrebbe essere la base per studiare le limitazioni da imporre ai prototipi: frenarli di almeno 2” al giro.
E qui casca l’asino: ho confrontato i migliori tempi delle pole e i tempi record delle gare su tutti i circuiti in cui hanno corso e corrono le MotoGP attuali e le SBK attuali, ricavandone un’informazione certa: fra le due categorie oggi come oggi intercorrono solo 2” al giro, a volte anche meno, con il massimo ravvicinamento ad Assen, dove il divario scende a 8 decimi in prova e a 1”8 in gara.
Ovviamente la Dorna non può permettere che le Superbike diventino più veloci delle MotoGP/CRT… E allora? Allora la palla passa alla Superbike, che, per bocca di Paolo Flammini in occasione della conferenza stampa tenutasi al Motosalone di Milano ha dichiarato senza possibilità di diversa interpretazione che le Superbike rimarranno come sono perché questo richiede il pubblico e lo spettacolo.
Bene, staremo a vedere chi la vincerà: ora i due campionati sono due galli nello stesso pollaio, e di piume ne dovranno volare parecchie se ognuno vorrà continuare imperterrito sulla sua strada.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 14 Commenti · Lascia un commento

Libertà e gomme fantasma

Ti obbligo a circolare con pneumatici da neve, e se questi non ci sono, chissenefrega? La tua moto - non d’epoca - ha gomme speciali e non si trovano più? Chissenefrega?

Ci risiamo con l’inverno e ci risiamo col problema delle gomme da neve anche per le moto. Qual è il problema? Semplice: escono ordinanze a raffica dei comuni e delle regioni che sanciscono l’obbligo per tutti i veicoli a motore di montare pneumatici invernali nel lasso di tempo in cui sono possibili nevicate e bassissime temperature ambientali, e questi pneumatici esistono sì, ma non per tutti i veicoli. Per le moto, ad esempio, sono una rarità.
L’anno scorso era così, quest’anno poco o nulla è cambiato, al massimo nei cataloghi di alcune aziende è comparsa qualche offerta in più, specialmente per scooter, ma è lecito dire che la legge prescrive le gomme da neve per le moto, però queste non sono disponibili.
È chiaro che ci troviamo davanti all’ennesimo caso di inettitudine da parte di chi impone un obbligo e prevede delle sanzioni, senza preoccuparsi minimamente di verificare che a quest’obbligo il cittadino possa ottemperare oppure no. Inettitudine che può derivare da colpevole incompetenza, da incosciente gestione del potere, o anche da scarsissimo senso della giustizia, il che per un pubblico amministratore è gravissimo.
Ricordo che molti anni fa intervistai a Roma il direttore generale della Motorizzazione, ossia un personaggio con un rilevantissimo potere in mano. Deteneva quel posto da alcuni decenni ed era alla soglia della pensione. Io gli posi alcune domande su problemi dei motociclisti e lui, beato nella sua mega-poltrona, mi rispose: “Ma che vuole che sappia io dei motociclisti. Mi ci vedrebbe in moto? La moto è oggi poco più che un giocattolo…”.
Quindi, chi se ne frega se non ci sono le gomme da neve e c’è l’obbligo che ci siano? Il risultato è che la stragrande maggioranza dei motociclisti che circolano anche d’inverno – e non sono affatto pochi – se ne frega a sua volta e usa egualmente la moto contando sulla fortuna di non essere fermato o sul buon senso di chi eventualmente lo fermi. Senza pensare che, in caso di incidente, l’assicurazione molto probabilmente eserciterà il diritto di rivalsa perché il motociclista stava circolando con una moto ritenuta non in grado di circolare in sicurezza.
A proposito di gomme, c’è un’altra questione che si sta ponendo e che prevedibilmente diventerà rilevante fra breve: quella dei pneumatici fuori produzione. Molte Case hanno preso il vezzo di presentare modelli con gomme realizzate su misura. Una vera raffinatezza, almeno per come viene propinata al momento del lancio. Ma il risvolto della medaglia si rivela qualche anno dopo – neanche tanti – quando si va dal gommista per la normale sostituzione di un pneumatico usurato e si scopre che quella misura non è più prodotta da nessuno. E si può montare solo quella, naturalmente, perché è scritta sul libretto e perché il costruttore della moto se ne è ben guardato dal proporre una modifica all’omologazione aggiungendo gomme di misure alternative.
Io penso che un Paese in cui si legifera con tanta prepotente trascuratezza, alimentando in questo modo il culto dell’arrangiarsi al di fuori della legge, un Paese in cui di fatto non è ammessa la “Class Action”; in cui problemi che ledono la libertà dei cittadini si lasciano decantare all’infinito, sia un Paese col futuro a rischio.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 24 Commenti · Lascia un commento

Mai arrendersi!

C’è molto pessimismo nell’aria, ma non è il caso di rassegnarsi al peggio. Non è questione di fede politica, ma di carattere: noi ne abbiamo e riusciremo ad uscire dalle sabbie mobili

 

La scorsa settimana ho esortato chi mi concede l’onore di partecipare a questo blog a non rassegnarsi alle ingiustizie, ai comportamenti scorretti, a volte addirittura disonesti di chi ci governa, ma di reagire coi mezzi che la legalità ci mette a disposizione in modo da tenere sotto controllo ed eventualmente mandare a casa chi amministra male la nostra fiducia e i nostri sudati soldi.

Ho scritto “chi mi concede l’onore”, perché tale effettivamente penso che sia: io per un insieme di circostanze sono finito a fare questo mestiere, cerco di farlo meglio che posso, ma non ho mai pensato di avere il diritto, la formazione e nemmeno la voglia di pontificare. Se qualcuno legge ciò che scrivo e pensa che meriti un commento o una replica, mi sento in ogni caso gratificato della sua attenzione e lo ringrazio.

Tornando all’argomento della settimana scorsa, ho registrato un diffuso e pesante pessimismo sulla situazione italiana attuale. Un po’ me l’aspettavo, ma non in modo tanto pronunciato. È un momentaccio, lo so, ma passerà anche questo. Ho una certa esperienza di momentacci: da giovane, prima di riuscire a trovare una mia collocazione e un po’ di tranquillità anche economica in questo mestiere, ho avuto lunghi periodi duri, a volte durissimi sia per le tasche, sia per l’orgoglio, ma ho insistito, ho lavorato davvero tanto, la fortuna mi ha senz’altro dato una mano – visto che senza una sua anche minima collaborazione non si va da nessuna parte – e alla fine le cose si sono sistemate. Tre volte mi sono trovato, non in seguito ad incidenti, ma per brutti “grippaggi” del mio fisico, sul limite del passaggio alle piste celesti, con molte probabilità di valicare questo limite. Sono ancora qui e un mese fa guidavo spensieratamente la Ducati Diavel col gas dentro.

Insomma, voglio dirvi che darsi per vinti non serve mai a nulla se non a stare peggio.

Quando i problemi sono tali da togliere il sonno la notte, tanto vale, invece che rodersi il fegato, usare l’insonnia per pensare ad una soluzione, che alla fine arriva inevitabilmente.

Il 2012 sta per iniziare e, come ogni nuovo anno, porterà con sé eventi e situazioni piacevoli e spiacevoli. Io non so quali prevarranno, ma vi auguro di cuore che fra le cose piacevoli ci sia la serenità in famiglia, per la quale non serve la ricchezza. Che ci sia la salute, che fioriscano idee, che ci si possa confrontare in questo blog con rinnovata fiducia. Auguri a tutti.

 

 

 

 

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 15 Commenti · Lascia un commento

L’Italia siamo noi

Siamo (eravamo?) nel pieno di una gravissima crisi. È cambiato il governo e i provvedimenti del “tecnico” Monti cercano di farci uscire dallo stallo. Ma tutti dobbiamo dare una mano

 

 

Io non so se sia vero che l’Italia sia stata o sia ancora sull’orlo del baratro. Non so se sia vero che il nuovo governo guidato dai “tecnici” riuscirà a portarci fuori dal campo minato: mi manca la competenza specifica e la conoscenza “da dentro” dei fatti, per cui mi devo limitare, come tutti, a riflettere e a valutare ciò che ci viene proposto, cercando di sentire diverse campane.

L’unica cosa che so è che le cose da cambiare in Italia sono tante, tantissime, e che perché ciò possa avvenire occorre l’impegno diretto dei cittadini. Quando ero ragazzino, ricordo che nella mia città c’erano tanti circoli politici, almeno uno per ogni partito rappresentato in parlamento. E la gente li frequentava per giocare a carte, fare due chiacchiere la sera dopo cena, a volte per ballare, ma anche e spesso soprattutto per discutere di politica e per intervenire non solo con chiacchiere, ma anche con iniziative concrete, sugli argomenti spinosi di interesse locale o nazionale.

Insomma, c’era partecipazione, e nessuno diceva ciò che oggi sembra diventato un postulato: “Lascia perdere e arrangiati, tanto non c’è niente da fare”.

Alle ingiustizie mi sono sempre ribellato ed ho reagito con le armi (troppo poche, in effetti) che la legalità mi concede. Se una multa mi sembra ingiusta, faccio ricorso. Lo so, ho dovuto perdere un sacco di tempo a studiare codice e sentenze, con una certa difficoltà visto che non ho una base di studi giuridici, ma tante volte ho avuto ragione ed è una soddisfazione davvero grande. Lo sanno anche alcuni lettori che tempo fa ho aiutato a cavarsela in situazioni analoghe.

Nei primi Anni 90 in Italia uscì una circolare ministeriale (n.34, Ministro dei Trasporti) che vietava la guida delle moto a tutti coloro che non avessero ottenuto prima la patente A. La circolare quindi appiedava gente che, in forza della legge vigente prima della Patente Europea (cioè prima del 31/12/1985) aveva sempre guidato e continuava a guidare la moto con la patente B. Un’imposizione assurda.

Raccolsi molto materiale a sostegno della mia tesi contro quella circolare e cercai di convincere il ministero a cambiare o ad abrogare quella circolare. Inutile: un vero muro di gomma. Così decisi di andare avanti. Allora lavoravo in un altro giornale e il direttore appoggiò la mia iniziativa: portai il materiale raccolto a un avvocato di fama nazionale e questi scrisse una memoria contro la circolare n.34, che, tradotta in lingua inglese e francese, fu inoltrata a Bruxelles proponendo un ricorso in sede europea.

Di lì a poco la circolare fu abrogata. L’avvocato presentò una fattura da capogiro, che per poco non mi costò il licenziamento, ma anche il direttore capì che ne era valsa la pena.

Tutto questo per dire che non è vero che non ci sia nulla da fare contro le inettitudini, le ingiustizie, le incapacità di tanti (senz’altro non tutti) amministratori. Dobbiamo organizzarci per controllare, per suggerire, per criticare, per apprezzare. Dovremo dedicare a questo un po’ del nostro tempo, lasciando da parte il più possibile le ideologie, che spesso sono troppo simili al tifo calcistico. L’Italia è davvero un grande Paese, ma sono gli italiani a doverlo mantenere tale, così come sono stati gli italiani ad aver ricostruito l’Italia dopo che gli errori di una classe politica inetta l’avevano portata alla tragedia, alla miseria e alle distruzioni di una guerra assurda e dalla parte sbagliata.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 32 Commenti · Lascia un commento

Il blog di Rivola - Incroci da corsa

Qualche amministratore o comandante di polizia municipale ha fatto un viaggetto in America e ha deciso – in barba al codice – di importare gli “incroci di cortesia”. Quale “cortesia”?

Qualche mese fa ricevetti da un lettore di Dueruote una lettera nella quale chiedeva spiegazioni a proposito di uno strano incrocio, nel quale nel quale si era imbattuto in una località italiana, dove tutte le strade avevano lo “Stop”.
Una rapida ricerca su internet mi aveva mostrato che quell’incrocio dove vige una fantomatica “precedenza di cortesia” esiste in alcuni – fortunatamente pochi – paesi italiani per iniziativa locale. Una ricerca più approfondita sul codice della strada mi aveva invece convinto che un incrocio del genere non solo non sia previsto, ma anzi sia espressamente vietato dalle nostre norme, che prendono in considerazione solo strade con diritto di precedenza e strade senza diritto di precedenza.
Cominciamo dalla “Precedenza di cortesia”. Ma quale “cortesia”? L’avete mai incontrata sulle strade italiane? A me è capitato più volte, vedendo arrivare alle mie spalle qualcuno con evidente fretta, di spostarmi il più possibile a destra e di mettere la freccia per farlo passare: ebbene quasi sempre, arrivatomi “nel baule”, poi non passava. Perché? Diffidava: “che scherzo mi sta facendo quello lì davanti?”. Per convincerlo ogni volta dovevo abbassare il finestrino e fargli segno con la mano che la mia intenzione era semplicemente di dargli strada…
Negli Stati Uniti invece il sistema funziona e direi anche molto bene. Recentemente ho avuto modo di verificarlo personalmente in California dove, alla luce di questa lettera, ogni volta che arrivavo su un incrocio – e là sono praticamente tutti così, ossia con lo stop su tutte le strade che si intersecano – mi segnavo mentalmente il comportamento degli automobilisti ai fini di una personale statistica.
Chi arriva primo sull’incrocio ha il diritto di attraversarlo per primo. Può succedere che due o più automobilisti o motociclisti arrivino pressoché contemporaneamente, ma bastano anche pochi centimetri di differenza perché la norma funzioni. Nessuno si mette a fare il furbo o il prepotente. L’attraversamento dell’incrocio è rapido per tutti e anche molto sicuro, poiché nessuno si sente investito, fin quando arriva sull’incrocio, di un diritto di precedenza assegnato alla strada, e quindi tutti sono obbligati ad arrivare al punto di intersezione a velocità moderata e con gli occhi ben aperti.
Provate invece ad immaginare la stessa situazione in Italia alla luce di quanto già accade nelle rotonde: a cento metri dall’intersezione tutti darebbero gas per arrivare primi, in piena velocità, sull’incrocio, nel quale naturalmente entrerebbero senza la minima esitazione, magari contemporaneamente, tutti certi di essersi guadagnati il diritto di precedenza. Probabilmente sarebbe un macello. Il paradiso dei prepotenti e degli idioti. Di cui, ben sappiamo, sulle nostre strade c’è ampia disponibilità.
E in caso di incidente? Boh… Un bel concorso di colpa per tutti, anche per quelli che magari non c’entravano nulla, e via così. All’italiana.
Altrimenti un altra bella occasione per il tanto osannato controllo elettronico: tutti gli incroci sorvegliati da telecamere (come avviene in Inghilterra) o meglio ancora con fotocellule che registrano la velocità d’ingresso e l’attimo – al millimetro – dell’arrivo sulla linea di Stop di ogni auto e moto in circolazione. Grande!

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 10 Commenti · Lascia un commento

Rossi e la moto a vapore

Ancora questo cognome per l’uomo del momento, che non è Valentino, ma Andrea, inventore di un piccolo motore atomico che promette grandi quantità di energia a bassissimo costo

Il decrepito motore a quattro tempi, col suo rumore, col suo scarso rendimento, col suo elevato inquinamento, è ancora largamente e imperiosamente sulla breccia, apparentemente insuperato. Adesso si spinge sull’elettrico, che probabilmente guadagnerà qualche o anche molto spazio in certe aree, ma l’autonomia e le prestazioni sono ancora nettamente inferiori a quelle a cui ci ha abituato il motore Otto.
Non ci resta che puntare su Rossi, ma questa volta non su Valentino bensì su Andrea, un fisico italiano su cui in questi giorni sono puntati gli occhi di tutto il mondo scientifico e non solo.
Io di fisica ne mastico poca, di chimica praticamente nulla, però so valutare la portata di un’invenzione, e se quella del dott. Rossi non è una bufala, e sembra proprio che non lo sia, allora questo cognome diffusissimo, che alcuni hanno saputo rendere unico, sta davvero per farci un regalo incredibile: energia a volontà e a costo bassissimo.
L’invenzione di Andrea Rossi è qualcosa che assomiglia alla tanto discussa fusione fredda, ossia ad una reazione da fusione nucleare ottenuta per via chimica e in assenza – o quasi – di radiazioni nocive. In pratica la macchina di Andrea Rossi, tra l’altro di dimensioni assai ridotte, sarebbe un piccolo motore atomico alimentato a nickel e idrogeno, capace di sviluppare altissime temperature durante il funzionamento. Ne deriverebbe la possibilità di produrre grandi quantità di vapore acqueo che a sua volta genererebbe energia elettrica. Due eminenti scienziati svedesi che hanno assistito a più di un test hanno messo per iscritto che ciò che avviene durante il funzionamento di quel misterioso motore è certamente classificabile come reazione di tipo nucleare (non so se si chiami esattamente così, ma mi avete capito lo stesso). I test sono stati replicati con successo in pubblico e il motore ha sempre prodotto una quantità di energia notevolmente superiore (anche 1:10) a quella impiegata per garantirne il funzionamento. L’inventore ha annunciato che fra poco tempo il suo portentoso generatore di vapore sarà in vendita su internet al costo di 400 euro al kilowatt prodotto. Sulla rete potete trovare tutti i possibili approfondimenti sulla storia e sulle prospettive.
Certo, molti di noi ricordano quando Fleischmann e Pons, i due ricercatori dell’università dello Utah nel 1989 annunciarono al mondo di aver ottenuto la fusione fredda. Passò alla storia come un fiasco clamoroso, addirittura una truffa, invece funzionava e lo provarono altri esperimenti condotti nella stessa direzione da altri ricercatori in altri Paesi, tra cui l’Italia. Il “fiasco” fu determinato solo dalla mancata ripetibilità degli esperimenti, nel senso che il risultato – comunque scarso in termini di produzione d’energia – non era mai prevedibile.
Così si ridicolizzarono gli uomini e la loro invenzione e – per non essere coinvolti nel ridicolo – la maggior parte degli scienziati da quel momento si iscrisse al club dei “negazionisti” e se ne guardò bene dal fare ricerche sulla fusione fredda. E, ovviamente, i petrolieri furono ben felici di continuare a propinarci a prezzo esoso il loro inquinantissimo liquido per far funzionare i nostri motori Otto, il cui rendimento non raggiunge il 30% nel rapporto fra energia spesa ed energia prodotta.
Ora Andrea Rossi propone un motore che in primissima fase sperimentale denuncia un rendimento del 1000%. E forse è meglio che seguiamo con molta attenzione, senza dover per forza sposare una causa, come piace tanto agli italiani, ciò che sta avvenendo a Bologna. Se ancora una volta tutto dovrà cadere nel ridicolo, che ridicolo sia, ma con motivazioni ineccepibili, non una scomparsa dalla scena dell’inventore in un dorato ritiro mentre noi continuiamo ad andare al distributore. Perché in fondo, a me che amo la storia, l’idea di tornare in sella a una motocicletta a vapore, come quella con cui Sylvester Roper di Roxbury, nel Massachusetts verso il 1870 sfidava in velocità i cavalli (la potete vedere nella foto strillata in home page) non dispiacerebbe affatto.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 18 Commenti · Lascia un commento

L’uovo di Colombo

I progettisti tendono a concentrarsi sulle grandi e complicate innovazioni, e scambiano per gadget quelle proposte che invece chi usa quotidianamente la moto potrebbe apprezzare molto

Tanti mi hanno chiesto: “Che cosa hai visto di interessante al Salone?”. Io non riesco mai a dare una risposta rapida e sanguigna, tendo a prenderla alla lontana, dividere gli argomenti, operare dei “distinguo”. La razionalità in me tende sempre a sopraffare gli impulsi istintivi. Però alla fine, dopo le opportune riflessioni, una risposta arriva.
Sì, penso proprio che, a prescindere dalle poche moto abbaglianti per tecnologia e stile, la cosa che più mi ha colpito sono due piccole-grandi innovazioni introdotte dalla BMW nel suo nuovo scooter: il vano sottosella a volume ampliabile da fermo e il freno di stazionamento ad intervento automatico aprendo il cavalletto laterale.
Qualcuno dirà: “Guarda caso, ancora complimenti alla BMW!”. Non so che rispondere. Questa è la mia valutazione, e se è marcata BMW non è colpa mia e neanche della Casa tedesca, ma di chi le ha permesso di poter vantare queste priorità.
Sono idee utili. La Piaggio propone una nuova Vespa sacrificando al design il vano sottosella? A parte il fatto che si tratta di un prototipo da Salone, non mi si può impedire di apprezzare di più chi invece ha pensato a risolvere un problema quotidiano dell’utente con intelligenza e col coraggio di chi va oltre il consolidato. Quanto al freno a mano, la maggior parte degli scooter non ce l’ha ancora, mentre io da anni scrivo che dovrebbe essere obbligatorio su tutti i veicoli con variatore. Avete mai provato a fermarvi in salita o discesa per consultare la cartina (ovviamente con due mani) senza scendere di sella?
Va benissimo il controllo di trazione, l’ABS, l’antisaltellamento e via dicendo, ma queste sono importanti innovazioni tecniche inevitabili alla luce del progresso e della sicurezza. Quelle a cui io mi riferisco sono invece novità meno appariscenti, non indispensabili, ma molto pratiche e frutto della valutazione e della conoscenza dei bisogni di chi va in moto o in scooter. Tutt’altra cosa i gadget…
Ad esempio, passò evidentemente per un gadget la cuffia coprisella impermeabile che si poteva estrarre facilmente da un piccolissimo contenitore sotto la sella stessa dell’X9 500 Piaggio. Invece non lo era affatto: si trattava di un’idea utile e apprezzabilissima, che peccava solo di scarsa qualità del materiale con cui era realizzata la cuffia.
Da molto tempo penso che si potrebbe fare un cavalletto centrale elettrico, ma non – come fece la Piaggio ancora con l’X9 500 – “elettrificando” un cavalletto tradizionale con un motorino che deve compiere uno sforzo notevole per issare la moto, bensì con due gambe a scorrimento verticale indipendente (idraulico? Elettrico con cremagliera?) con interruttori di fine corsa gestiti da centralina e sensori. In pratica, un cavalletto del genere non dovrebbe compiere nessuno sforzo di sollevamento, ma solo far scendere e salire due elementi telescopici, e la loro indipendenza consentirebbe anche la sosta in pendenza trasversale mantenendo il veicolo perfettamente verticale.
Penso anche che sulle moto dovrebbe generalizzarsi l’installazione del “cruiser control”. Io ce l’ho sull’auto e da quando lo uso, specialmente in autostrada, non ho più l’incubo del tutor, dell’autovelox e della guida concentrata solo sul tachimetro.
Certamente non sono l’unico motociclista ad avere idee su ciò che sarebbe utile su una moto. Voi, per esempio, avete qualche proposta da fare? Fatela qui.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 26 Commenti · Lascia un commento

Ezpeleta mi dà ragione

In un’intervista il boss della MotoGP spiega che il futuro non è nei prototipi, ma nella CRT, per di più con forti limitazioni. Che qui lui volesse arrivare lo scrivo da anni

La vecchiaia non è una gran bella cosa. Si perde un po’ di udito, un po’ di vista, bisogna andare più spesso dal dottore e le giovani infermiere non ti degnano più nemmeno di un’occhiata. Insomma, in questo panorama non c’è tanto da stare allegri, però c’è anche un vantaggio: le poche soddisfazioni, quelle te le godi davvero.
Ad esempio quando gli eventi che avevi previsto, e che tanti avevano smentito facendoti capire che eri un po’ rincoglionito a vederla così, si avverano.
Chi è che mi ha dato questa grande soddisfazione? Lui, il presidentissimo della Dorna, il mio amico Carmelo Ezpeleta (non lo è, ma tutti dicono sempre “Il mio amico Carmelo Ezpeleta – vedi il mio blog “Amici per la pelle” – quindi perché una volta non posso dirlo anch’io, specie quando mi fa un favore?).
Ezpeleta ha dichiarato in un’intervista che il futuro della MotoGP è nella formula CRT, ossia in moto con motori derivati di serie e pesanti limitazioni all’elettronica e all’elaborazione. Una specie di Moto 2 senza il vincolo del motore monomarca.
Lo scrivo da anni ormai: la MotoGP non ha scelta: se vuole lo spettacolo deve incrementare la griglia di partenza. Se vuole incrementare la griglia di partenza deve aprire ai motori (e magari non solo ai motori) derivati di serie. Se vuole moto con questi motori, deve far sì che possano essere competitive con i prototipi, altrimenti nessuno sponsor investirà mai su una CRT candidata a classificarsi dal decimo posto in giù. Il che porta a una conclusione: i prototipi devono sparire, o quantomeno essere ridimensionati quanto basta per essere battuti dalle CRT. Né più, né meno rispetto a quanto successo per il passaggio dalla 500 2T alla MotoGP 4T.
Lo scrivo da anni, e adesso il boss della Dorna lo conferma ufficialmente.
Chi può impedire un percorso di questo genere? Solo i costruttori giapponesi, o meglio: solo Honda e Yamaha, visto che la Kawasaki probabilmente vorrebbe tornare in MotoGP con la CRT e la Suzuki invece sogna di continuare a correre solo nel campionato AMA SBK lasciando tutto il resto.
Honda e Yamaha sono però un osso duro anche per l’amico Carmelo. Loro – i giapponesi di queste due aziende – si sono intestarditi con la MotoGP fatta di prototipi ultrasofisticati che spiegano al mondo quanto sono tecnologicamente bravi, superiori, inimitabili. E non vogliono che la massima espressione dello sport e della tecnica motociclistica venga degradata.
L’unica possibilità che Ezpeleta ha di vincere questa guerra “ideologica” è decidere di andare per la propria strada con chi vorrà seguirlo. E potrebbe anche farcela, magari proponendo ai più forti team della Superbike le sue TV e i suoi piloti. Con una griglia di CRT Ducati, BMW, Kawasaki, Aprilia, KTM, in mano a piloti come Lorenzo, Rossi, Stoner e compagnia bella (oltre ai migliori della SBK e SS) ne avrebbe d’avanzo per riempire la griglia e per lanciare un mondiale molto combattuto. A questo punto, qualche manager ostinato della Honda e della Yamaha verrebbe semplicemente sostituito e le due giapponesi scenderebbero a più miti consigli. Il successivo traguardo per l’amico Ezpeleta sarebbe il soglio pontificio.

Stampa Stampa | Invia ad un amico | 21 Commenti · Lascia un commento